Perché è giusto che lo Strega faccia posto ai morti e agli sfollati aquilani
Non bisogna essere per forza aquilani per saper raccontare il terremoto che nel 2009 ha distrutto il capoluogo abruzzese e sconvolto la vita dei suoi abitanti. Lo ha dimostrato Donatella Di Pietrantonio, dentista pediatrico di origini teramane che da anni vive in un piccolo paese vicino Pescara. Dopo il grande successo ottenuto con il suo libro d’esordio, “Mia madre è un fiume”, è tornata in questi giorni in libreria con il suo nuovo romanzo, “Bella Mia”, pubblicato come il precedente da Elliot Edizioni. Da quel tragico 6 aprile di anni ne sono passati ben cinque, ma lei ci porta a L’Aquila a tre anni dal sisma. di Giuseppe Fantasia
14 AGO 20

Caterina, la protagonista di questo libro, quella notte è riuscita a salvarsi, ma Olivia, la sorella gemella, non ce l’ha fatta. “E’ morta del suo ritardo”, perché dopo quella terribile scossa aveva deciso di tornare in casa per prendere i vestiti al figlio adolescente (Marco) per evitare che si ammalasse visto che in quel periodo all’Aquila, come in buona parte dell’anno, le temperature scendono sotto lo zero. La trave maestra della casa è caduta su di lei e il nome del figlio “è stata la sua ultima parola”. Dopo un non facile periodo trascorso in una delle tendopoli, Caterina è costretta a vivere con la madre anziana e il nipote in uno degli alloggi delle diciannove new town del progetto C.A.S.E. (Complessi Antisismici Sostenibili ed Ecocompatibili) e in quel piccolo spazio di tre vani sono costretti a una coabitazione forzata mentre con difficoltà cercano di ricostruire se stessi. La madre anziana è quella che si adatta di meno: “Non vuole abituarsi al quartiere provvisorio” ed è “attenta a calibrare le relazioni con i vicini per non stringerle troppo”. Tiene quella “casa finta” – il cui unico pregio “è di essere sicura” (ma i segni di cedimento non tardano ad arrivare) – pulita e in ordine, però non nasconde “il distacco di chi aspetta con pazienza irreale di aggiustare la casa al paese”. Per lei ogni giorno “è il 2 novembre” e come un automa si alza, rassetta e prende un autobus per andare a trovare la figlia al cimitero. Compie ogni volta gli stessi gesti meticolosi, dal pulire la tomba al sostituire l’acqua e le gerbere appassite con quelle fresche, acquistate poco prima alla bancarella vicino l’entrata. In quel cimitero c’è anche suo marito, “ma il lutto più recente lo ha oscurato nel suo cuore”. Caterina la accompagna di solito la domenica mattina, “la più crudele della settimana”, e ne osserva di continuo i comportamenti restando però sempre dietro di lei per non disturbare quella sua dolorosa intimità. Attirano la sua attenzione anche i suoi vicini di casa, anziani e non, che spia dalla finestra fumando una sigaretta: sono ormai assuefatti a quella periferia artificiale e a quella mancanza di servizi, sono tutti nervosi e logorati dalla cronica provvisorietà, ma restano comunque fedeli “al suolo traditore”. Le mancano quelle abitudini e quei gesti quotidiani come lo svegliarsi alle sette del mattino con le campane di piazza San Pietro (ora zona rossa, pericolosa, ma in cui può entrare liberamente chiunque, e sono tanti gli episodi di sciacallaggio), il recarsi a piedi a lavoro nel suo laboratorio di ceramiche dopo aver percorso gli stretti vicoli della città, le manca uscire con gli amici al cinema come al teatro o in uno dei tanti locali caratteristici dove si poteva prendere un buon aperitivo. E’ una sopravvissuta, sicuramente, ma in quanto tale ha spesso un forte senso di colpa per avercela fatta. Da tre anni, il giorno del suo compleanno – che è poi lo stesso della sorella scomparsa – se ne va a Roma: non può rimanere a casa perché crede di non avere niente per chi ha perso una madre o una figlia. “Io non porto consolazione – pensa – e la mia presenza direbbe solo che manca proprio quella giusta”. Quando torna, trova “una città che non offre panorami a chi rientra, ci riprende e basta” ed è accolta da piani intermedi ridotti di numero, da crepe incrociate sul fronte dei palazzi, da pilastri avvitati attorno al loro asse. C’è il rumore delle ruspe che scavano di continuo ma c’è anche una quiete mortale. Questa ora è L’Aquila, una città piena di contraddizioni. Di notte dorme poco, ha spesso gli incubi, è una delle poche a non prendere psicofarmaci e anche di giorno sobbalza al minimo rumore perché ogni cosa fa pensare a una scossa. Come tutti, non si aspettava, non essendo stata correttamente informata del pericolo, una simile tragedia, e prima di quel momento era disposta a inserire il lungo terremoto nel catalogo delle avversità verificatesi fino a quel momento. Prima del 6 aprile del 2009, le convulsioni si erano ripetute da mesi, senza uno schema o una regolarità ed erano state ora più intense, ora appena percettibili secondo una sequenza disordinata e snervante. “Il terremoto non guariva, era un’epilessia profonda della terra insorta da un momento all’altro e non smetteva più”. E accadeva spesso che dopo una scossa, una pausa più protratta li illudesse fino alla successiva, più forte dell’ultima. Caterina si ritrova a badare a un ragazzo, suo nipote Marco, senza essere madre tra dubbi continui di inadeguatezza; come tutti i suoi concittadini, ogni giorno si sente “un po’ bene e un po’ male” a seconda dei momenti. Perché il dolore è grande e l’attesa è divenuta insopportabile.
La Di Pietrantonio tratta un tema come quello del terremoto, con le sue perdite e i suoi dolori, con grande sensibilità e senza mai scadere in inutili pietismi. Gli aquilani sono mostrati in tutta la loro dignità, come persone che tengono nascosto il proprio dolore per proteggerlo da un frequente voyeurismo. “L’Aquila bella me, te voglio reveté” (“L’Aquila bella mia, ti voglio rivedere”), ripete senza farsi quasi capire una vecchietta che abita nel lotto vicino a quello di Caterina. In quello che è un verso di un canto popolare, è racchiusa tutta la nostalgia di una popolazione e la speranza nella ricostruzione della loro città che è stata offesa. “Bella Mia” è un libro che una volta finito di leggere resta dentro a lungo e che nonostante tutto è pieno di amore: quello di una donna verso una sorella, verso una madre, verso un nipote e verso una città, quella che c’era e quella che – si spera – tornerà a essere magari meglio di prima. Caterina viene fuori con tutte le sue fragilità e debolezze lentamente e pagina dopo pagina riesce a scavare nel suo passato per cercare di scoprire e capire le macerie del suo presente, cercando di buttarle via una volta per tutte.
E’ di qualche giorno fa la notizia che “Bella Mia” è entrato nella selezione dei dodici libri della sessantottesima edizione del Premio Strega. Stando ai rumor, il super favorito alla vittoria è Francesco Piccolo, ma è bello poter pensare che gli Amici della Domenica possano (se lo vogliono) cambiare le carte in tavola.
di Giuseppe Fantasia